Capitolo 30

Capitolo 30 è il primo live che pubblico ufficialmente, e testimonia il mio trentesimo concerto come Lullabier, tenutosi il 29 Febbraio 2024 nella sala San Lawrenz di Colle Umberto all'interno del programma Unplugged In Caldaia. Quella sera sono salito su un palco per la prima volta dopo quasi cinque anni dal tour con i Low.

Ci sono solo la mia voce e la mia chitarra acustica (e qualche applauso qua e là, per fortuna!), e penso sia interessante soprattutto perché documenta l'intimità in cui nascono solitamente le mie canzoni, spogliate da effetti ed elettronica.

Il tutto è stato registrato dal vivo da Marco Poser; Alice Mazzer è l'autrice della bella illustrazione di copertina.

Può essere ascoltato e scaricato liberamente da Bandcamp.

Scongelamento

Dove eravamo rimasti?

In pieno lockdown avevo pubblicato il mio ultimo album, Mono/Stereo, che si concludeva sinistramente con una canzone intitolata "Sipario". Poi sono successe diverse cose, un piccolo Lullabier si è unito alla famiglia, e ho ibernato ogni progetto musicale per qualche tempo. 

Lentamente è arrivata la primavera, che mi ha consentito di riprendere e ripulire qualche registrazione rimasta sospesa.

La prima è il doppio singolo Notte/Epitaffio, contenente gli adattamenti italiani delle canzoni Will the night e Damage II dei miei numi tutelari Low e Gravenhurst, mixato con la solita maestria da Sergio Dal Cin e liberamente scaricabile da Bandcamp.

La seconda registrazione è qualcosa che viene da molto più lontano, dai tempi in cui muovevo i primi passi nel mondo dell'home recording, registrando con pochissimi mezzi e in bassissima fedeltà alcuni demo delle canzoni che poi sarebbero diventate il mio primo album Verità Rivestite d'Ombra.

Erano canzoni che, con una buona dose di faccia tosta, avevo fatto ascoltare a Gianfranco di Final Muzik e poi a Stefano di Silentes, prima di inciderle nuovamente in maniera meno amatoriale proprio con Sergio.

Ho pensato spesso come quell'album avrebbe suonato con un mastering meno colorato (o più colorato, a seconda dei punti di vista), e per rispondere a questa domanda ho pubblicato su Bandcamp un nuovo remastering che include come bonus tracks i demo originari.

Ultimo ma non meno importante: gli amici di Radio Caldaia mi hanno invitato a partecipare ad un programma che si terrà il 29 febbraio alle 21.30. Suonerò live qualche canzone, il tutto sarà trasmesso in streaming ma, chi vuole, può raggiungerci e assistere come pubblico presso la sala San Lawrence di Colle Umberto.

A presto?

Recensioni di "Mono/Stereo"

C'è un aspetto duale che ha guidato la mano di Lullabier alla creazione del nuovo album. Il titolo Mono/Stereo è una sorta di metafora che allude alla dicotomia isolamento/condivisione, fatta teatro di percorsi drammaturgici che si dispiegano fra i languori e gli umori della ballata lirica dai tempi dilatati. Un labirinto di scorci contemplativi che al desiderio giustappongono la nostalgia, all'inquietudine l'afflato vesperale, alla solitudine il deliquio. La scrittura è rapita come un oratorio di rivelazioni notturne e sussurrate; emblematica la presenza fra gli ospiti di Edgardo Moia Cellerino (Le Masque) per il brano Soliloquio, gemma fra le gemme di un disco malinconico e sognante (Rockerilla)

Mai troppa fretta in Lullabier nel completare i suoi concept sempre coerenti, basti dire che "Mono/Stereo" arriva a sei anni dall'ultima raccolta di inediti "Osservazione rilassamento e assenza di giudizio", che peraltro era un CDR in 84 esemplari. Resta "Fitoterapia" ('14) l'album che meglio ha illustrato la peculiare vena compositiva di Lullabier, eretta su fondamenta slowcore e sulla scelta della nostra lingua, con cui ha costruito una discografia degna di nota che non teme la marginalità. L'iniziale Puzzle (che tratta del tentativo di mettere insieme i pezzi) dimostra uno spostamento verso una dimensione più cantautorale, in un lavoro che tiene fede al suo sottotitolo ("ovvero dell'isolamento e della condivisione"), una sorta di precisazione che è vezzo esplicativo che vuole meglio introdurre anche ai singoli brani che alternativamente affrontano i due stati emotivi. Vascellari nei testi ha in buona parte smussato certe spigolosità, da rimarcare la ballata di più chiara impronta folk Sedici (in cui si narra un episodio del passato), Indagine (in cui viene affrontato un tipo particolare di egoismo), che nelle liriche sottolinea l'ineluttabilità della solitudine ("se spossato rincaso indaghi sul mio viso, sospetti inquietudine nascosta in un sorriso, vuoi che condivida ogni ombra muta ma la malinconia è solo mia"), Sipario (che idealmente giunge ad una conclusione ("il rogo ha bruciato il tetto, ma almeno vedo le stelle che come un caldo lenzuolo si adagiano sulle spalle, nell'aria si dissolverà la poesia"), e soprattutto Trifoglio (che utilizza un motivo ricorrente nella poesia crepuscolare), che col suo "ripenso al giardino di fiori non colti, di vite accennate, di cose mai state" è strettamente collegata a Soliloquio (che andrebbe ascoltata prima di "Colloquio" dei Lei Masque), con la voce di Edgardo Moia Cellerino e il testo che è, come il pezzo della suddetta formazione milanese, tratto da "Un Giorno" di Carlo Vallini. (Blow Up)

Musica terapeutica, litanie acustiche, languidi riverberi, arpeggi sonnambuli. Non c’è modo migliore per inquadrare la produzione del cantautore veneto Lullabier – al secolo Andrea Vascellari – che la definizione che lui stesso ne dà. Andrea, almeno per quel che concerne il panorama musicale nostrano, è unico nel suo genere: non esiste infatti un altro slowcore-songwriter. L’ultimo lavoro a firma Lullabier, “Lost In Translation”, risale al 2016, ma era un disco di pezzi stranieri già editi e tradotti per l’occasione da diversi addetti ai lavori che collaborarono al disco. Qui siamo di fronte ad un vero long di inediti, espresso in forma di concept-album come i precedenti “Fitoterapia” (2012) e “Osservazioni rilassamento e assenza di giudizio” (2014). Sempre alla ricerca del cantautorato più minimale e – per questo motivo – d’impatto immediato, “Mono / Stereo” presenta un punto di rottura abbastanza evidente rispetto al recente passato, di natura prettamente musicale: meno folk, decisamente più acustica, un plus non da poco se si parla di concept. Andrea ha impiegato circa 5 anni, come lui stesso dice presentando il disco, a raggiungere questo equilibrio sonoro, frutto soprattutto dell’assemblaggio della musica e delle idee che in questo lustro hanno silenziosamente lavorato nella sua testa. Il filo conduttore dell’album è la contrapposizione tra isolamento e condivisione, un’alternanza sia concettuale che fisica, visto che una scelta stilistica ben precisa ha assegnato le tracce dispari al primo e quelle pari al secondo. Inutile ribadire, come fatto per tanti altri artisti usciti in questo periodo, quanto sia pertinente in questo periodo parlare di solitudine e di compagnia ritrovata. La struttura musicale poggia su basi semplici ma eterne: chitarra acustica, voce e pochi elementi intorno, che si alternano in vesti diverse e donano una convincente quadratura ai singoli pezzi e al disco nel suo insieme. Si parte con Puzzle, dove Andrea Da Ros si inserisce subito in modo preciso con la sua chitarra elettrica, creando una serie di suoni che fanno da tappeto al resto. In Sedici compare un pianoforte, in un finale in cui lo slow rallenta ulteriormente, fino quasi a fermarsi. Con Trifoglio sale di nuovo alla ribalta Da Ros, che tocca corde in grado di generare quasi voci in appoggio a quella di Vascellari. L’unico accenno di cassa si ha con Indagine, mentre Soliloquio è – grazie alla voce recitante di Edgardo Moia Cellerino dei leggendari Le Masque – un omaggio al poeta Carlo Vallini. Un omaggio ulteriore, perché Vallini era già stato celebrato dal duo Cellerino / Vascellari in “Soundtracks” (2019), disco del gruppo milanese pubblicato dalla stessa Oltrelanebbiailmare. Via del tutto l’elettricità, con Notturni alla chitarra acustica se ne affianca una classica, mentre il piano torna a fare capolino in O. O. B. E., unico pezzo in cui lo slow core accelera leggermente le battute. Le sei corde tornano ad elettrificarsi e a stendere una languida prateria intorno al binomio voce / chitarra acustica nelle conclusive Specchio e Sipario. Andrea dice di essere molto soddisfatto del lavoro svolto. Sente che le chitarre insieme hanno lavorato bene, che i suoi testi godono di una convinzione maturata in una lunga fase di studio e di esperienze e che, nel mezzo, la collaborazione con Cellerino ha dato i frutti sperati. C’è da essere d’accordo su tutta la linea: “Mono / Stereo” è un lavoro riuscito, dalle intenzioni alla messa in pratica. Gode di ottima produzione, di idee di fondo sostanzialmente valide e della capacità di essere sempre in carreggiata, senza mai dare l’impressione di perdere mordente o voler strafare. Peraltro, gli amanti del collezionismo saranno lieti di sapere che Oltrelanebbiailmare ha curato l’uscita di un compact disc in edizione limitata di 200 copie, con triplo digisleeve e sovracopertina in carta da lucido, con artwork curato da Stefano Gentile. Ad Andrea Vascellari come artista, nel 2020, va riconosciuto il merito di aver intrapreso una strada – ormai dieci anni fa – e di non averla più lasciata, mettendo nel frattempo a segno colpi di ottima fattura. (Impatto Sonoro)

Chiudete gli occhi e lasciatevi incantare da questo mondo intimo e splendente fatto di ninnananne ipnotiche, suoni galleggianti, parole lunari. Mono/Stereo di Lullabier è uscito a maggio ma la qualità davvero rara di quest’uscita indipendente impone di scriverne anche a distanza di qualche mese. Lunghissima la gestazione, a quanto racconta lo stesso Andrea Vascellari, anima del progetto: cinque anni di auto-produzione sono serviti per arrivare al nitore perfetto di queste nove tracce. Basterebbe questo, in un’epoca in cui tutti gli artisti cedono al consumismo dei singoli, per capire che un po’ di attenzione la merita. Cinque anni, eppure sono pochissimi gli strumenti in gioco: la voce doppiata, l’acustica che tiene gli accordi o arpeggia, il piano ultra minimal o l’elettrica che rintocca o geme in lontananza. Verrebbe da citare anche il riverbero, vista l’importanza che assume nel trasformare ogni canzone in un paesaggio sonoro simile alle cose che si vedono in un dolce dormiveglia. Davvero, può valere la massima che la semplicità è complessità risolta. La stasi estatica dello slowcore, la qualità onirica del dream pop, la dolcezza intima dell’indie folk: lungo la tracklist ogni minimo elemento appare perfettamente cesellato ed integrato in un insieme organico, con eleganza e consapevolezza artistica. La tracklist scorre con un ritmo lento ma perfetto, alternando il tema dell’isolamento (tracce dispari) a quello della condivisione (pari). Meritano una menzione i testi, che sono né più né meno che piccole poesie. La label Oltrelanebbiailmare ha curato di Mono/Stereo un’edizione limitata di 200 copie in CD, con triplo digisleeve e sovracopertina in carta da lucido. Questi sono i progetti da sostenere, facciamolo! (Sherwood)

Lullabier take their time in that time-honored slowcore tradition with the soothing “Mono/Stereo”. Everything about it possesses a lovely, dreamy disposition. Arrangements keep things to the essentials. The tracks offer a bit of intimacy for the group engages in some soothing interplay. By allowing such a simple beauty to take hold, they at times touch upon the grace of early Low records. Similar to those albums, they make sure that the whole is greater than the sum of parts. Not a moment is wasted for they make sure that each flourish counts. Right in the very center of it all are those gorgeous vocals that sing with so much contemplation. A gentle introduction into their world happens with the tender opener “Puzzle”. Delicate acoustic guitars weave together on the hopeful spirit of “Sixteen”. Their voices have such a careful approach for every word is weighted with so much importance. Surreal in its textures is the half-remembered dream of “Clover”. Careful work gives “Survey” an element of shoegaze to it for it wafts up into the sky. Easily the highlight of the album comes from the spacious serene scope of “Soliloquy” with its expertly meditative mood. With hints of folk comes the pleasant “Night”. An insistent beating heart lets “O.O.B.E.” shine through for the pulse gives it a sense of life. Bits of a jazzy disposition comes into focus with “Mirror”. Effortlessly closing out the entire album is the powerful “Curtain”. “Mono/Stereo” shows off the undeniable skill of Lullabier in crafting an aural universe that is uniquely their own. (Beach sloth)

Mono / Stereo

Mono/Stereo vede finalmente la luce.
Non è stato esattamente un parto fulmineo. Credo di aver iniziato a scriverne e registrarne i vari capitoli ormai 5 anni fa. E' stato abbozzato, modificato, riscritto, cancellato, mixato e rimasterizzato più volte, perché - a differenza dei precedenti album nei quali avevo privilegiato imperfezione e spontaneità - sentivo che questo doveva essere un lavoro definitivo per Lullabier.
Questo concept album tratta infatti un tema che scorreva sottotraccia in tutti i miei precedenti lavori, ovvero quello degli antitetici concetti dell'isolamento (cui sono dedicate le tracce dispari) e della condivisione (di cui trattano le tracce pari).
Pur radicandosi come al solito nello slowcore e nel dream-pop, si ramifica con accentuate sonorità acustiche in una più intima forma di cantautorato.
Per accontentare i nostalgici come me del supporto fisico, Oltrelanebbiailmare ha distribuito un'edizione limitata in compact disc, caratterizzata da un triplo digisleeve con sovracopertina in carta da lucido.
Sono molto soddisfatto del risultato, raggiunto grazie anche alle collaborazioni con Andrea Da Ros (chitarra elettrica), Edgardo Moia Cellerino (voce), Sergio Dal Cin (mixing e mastering) e Stefano Gentile (artwork).
Penso lo sarete anche voi.
 

Love In The Time Of Covid

Essere uno dei pochi in Italia (in Europa?) a suonare slowcore mi ha dato la possibilità di entrare in contatto con molti miti personali, ma mai avrei pensato di riuscire a metterne insieme così tanti in sole 2/3 settimane per un'iniziativa benefica.
La mia piccola etichetta VeniVersus ha appena pubblicato una compilation dal titolo Love In The Time Of Covid con vari inediti di alcuni dei maggiori musicisti delle scene slowcore, dreampop e drone-rock.
In rigoroso ordine di tracklist, hanno preso parte al progetto Dean Wareham (Galaxie 500, Luna), Idaho, Pall Jenkins (Black Heart Procession), Mark Rolfe (Lorna), Lycia, Matt Christensen (Zelienople), Jessica Bailiff, Barzin, Jon DeRosa (Aarktica), Chris Brokaw (Codeine, Come), Remora, Yellow6, Shores,  Thorn1, If Thousands, e Coastal.
Io ho partecipato con Raindrops, che Sergio Dal Cin ha mixato e masterizzato, e che potete ascoltare dal player qui sotto
Tutto il ricavato sarà interamente devoluto al COVID-19 Solidarity Response Fund (covid19responsefund.org), creato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per guidare e coordinare le attività globali contro la pandemia da Coronavirus e per sostenere i paesi e le organizzazioni sanitarie nella prevenzione, nell'individuazione e nella risposta all'emergenza.
Artwork del solito visionario Saverio Acqualunga.
Ascoltate, donate e condividete.

Sul palco con i Low, in studio con i Le Masque

"Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche"


Il post più letto di questo sito è Una storia slowcore, nel quale raccontavo di come avessi intrapreso un intero progetto musicale ispirandomi ad una canzone dei Low e - in meno di cinque anni - fossi finito a condividere il palco proprio con loro. Quel post terminava con l'avvertimento che non avrei appeso la chitarra al chiodo.
Non l'ho fatto.
E ad Aprile suonerò nuovamente con i miei idoli, accompagnandoli nella data padovana ed in quella bolognese del loro tour.

L'altra bella notizia è che ho avuto l'onore di collaborare con Edgardo Moia Cellerino dei Le Masque. Diversi mesi fa gli ho proposto di dare un seguito alla loro storica canzone Colloquio, recitando un altro testo del poeta crepuscolare Carlo Vallini sopra i miei arpeggi minimali.
Ne è uscita una canzone che è stata inserita nel loro ultimo album Soundtrack (acquistabile da Oltrelanebbiailmare qui) e che potete ascoltare tramite il player Youtube in calce.
Spero vi piaccia.



Recensioni di "2512"

Le feste natalizie sono terminate, l’atmosfera si è dissolta, le persone tornano alla loro routine con la speranza che i 365 giorni a venire siano migliori dei precedenti. Oggi mi ritrovo nel freddo e nebbioso nord-ovest Italia per parlarvi di un EP “2512” ,uscito poco prima dell’inverno, con i migliori propositi per non mancare all’appello sulla“lista dei buoni” di Babbo Natale. L’autore è Andrea Vascellari, in arte Lullabier, Classe ’85, in attività dal 2010, che si descrive come un “porta pacchetti di dream-pop & slowcore & drone & minimal-folk”. Ambientate nelle terre del nord-est Italia le quattro canzoni che compongono l’EP ci proiettano nei giorni prenatalizi di una cittadina ai piedi delle montagne Il primo brano Natale a Ceneda, scritto assieme a FARO, è una ninnananna da primo mattino che rimembra il dream pop anni ’90-2000 dei Grandi Laghi del Mid-West – in particolar modo quello di The Aluminium Group e Sufjian Stevens – ottima con il caffè al risveglio. Tra le sue note vengono raccontate classiche scene di gioventù rurale. Si prosegue con Natale a Serravalle, rivisitazione di Astro del ciel di mr. Franz Xaver Guber – un evergreen natalizio più conosciuto come Silent Night. Dopo un mini-intro noise, la lirica, le chitarre e i campanelli vengono accompagnati dalla voce del TG locale di Vittorio Veneto (TV) che annuncia fatti di cronaca locale in contrasto con l’atmosfera e i temi del Santo Natale. Troviamo poi una versione acustica di un suo singolo del 2009 (White Dizziness). Essa ci trasporta nell’immaginario di una passeggiata sotto la neve, Sparklehorse ed Elliot Smith sembrano essere muse per lui durante tutto l’ascolto e questo ci piace. La “favola natalizia” in cui ci porta Lullabier, termina con un suo brano più recente – With A Star del 2011- remixato da Brian John Mitchell. La versione originale presente in una compilation AA.VV. “Six Feet Compilation / Six Feet Below The Snow” con lo stesso tema natalizio, viene invece ora arricchita con riverberi molleggianti rendendola ancora più chamber e lo-fi ma con tanto di albero addobbato e calza sul camino. “2512” è un lavoro che ho apprezzato particolarmente in relazione al clima natalizio che i paesi medio piccoli della provincia creano e vivono. Il solstizio d’inverno e i suoi giorni circostanti, appaiono eccellenti per cullarsi con queste quattro semplici tracce, per qualcuno come per esempio il sottoscritto, su audiocassetta con vista camino e metro di neve in giardino. (Impatto Sonoro)

Did you wake up, as I did, wanting a super chill version of Low’s “Just Like Christmas,” sung in Italian? You did? Well, that works out well for all of us, as Vittorio Veneto’s Lullabier has realized our dream with the leadoff track on his wonderful new EP, 2512. The novelty of hearing this classic song in Italian is not the only draw to the song – the laid-back indiepop orchestration is absolutely beautiful. However, it is the small, but significant, addition of the cabasa (at least that’s what I think they are using – the hand percussion), that evokes a crackling fire and draws out a warmth in this song that I don’t think I have heard before. The other tracks are also excellent – I enjoy the layered spoken word of “Natale A Serravalle (Silent Night),” and the English-language “White Dizziness” is understated and gorgeous. Lullabier has made some wonderful choices, and is very much on my radar now, and I hope yours as well.
Bottom Line: Italy is on the board with this stellar cover by Lullabier, whose warm, beautiful orchestration and production has extracted new qualities from an already beloved song. (Christmas Underground)

Nuova pubblicazione per Lullabier, ossia Andrea Vascellari alfiere del dream-pop italico. Il minimal-folk singer di Vittorio Veneto presenta un E.P. di 4 brani di pura atmosfera natalizia in cui le brume e i colori del Nord Est si materializzano all’ascolto delle dolci e oniriche armonie disegnate dall’artista. Con Natale a Ceneda ci troviamo nel bel mezzo di una qualunque scena serale di una qualsiasi cittadina del Nord; gli amici, il girovagare tra bar e case e strade imbiancate. Natale a Serravalle è la rivisitazione suadente ed eterea del classico natalizio Stille Nacht; chitarre, campanelli e tappeti sonori soffusi e sognanti accompagnano armonie vocali alla Simon & Garfunkel. White Dizziness che fu nel 2009 il primo singolo di Lullabier, è ora riproposto in chiave acustica e soavemente psichedelica. Nuvole di riverberi e di emozioni nella conclusiva With a Star (Brian John Mitchell remix) brano del 2011, basato sul tema di Tu scendi dalle stelle, ora magnificamente pregno di sognante poesia. I quattro brani di questo “2512” ci trasportano in un viaggio sensoriale breve, ma intenso come solo un sogno può essere e proprio come un bel sogno lascia al suo svanire un dolce senso di dolcezza e nostalgia. Bello. (Distorsioni

Couldn’t resist including, truth is it was on our radar a little while back but went astray in the great laptop hissy fit whereupon a sizeable amassing of sound clips went west. Now thankfully tripped across and rescued, this is Lullabier with the ridiculously adorable ‘Natale A Ceneda (feat. Faro)’ – a track taken from an EP’s worthy of cosy toed yuletide tingliness whose sparsely radiant peppering of snowy floral posies had us much of a mind to go rummaging out our prized stash of platters by the much missed Le Mans. That said equally tugging on the heart strings is the fragile and frail acoustic rub of ‘White Dizziness’ a wonderfully hymnal hued honey softly yearned in sleepy headed snow shimmerings. Mind you nothing quite hits the spot than ‘With A Star’ the Brian John Mitchell remix no less, who last time we checked was the head honcho of Silber records – who should hopefully be making several appearances here before the year end, this one demurringly dizzied in the image of Cheval Sombre. (The Sunday Experience)

Lullabier taps into a celebratory spirit on the soothing “2512”. Rather tender in tone, the songs unfurl with a gracefulness. Classical, chamber pop, and folk come together into a satisfying whole. Embracing space, the way these pieces seem to float on into the air feels so majestic. Vocals drift off as if in a fantastic dream. Melodies have a great richness to them, while at times flirting with nearly a drone-like ode. By choosing such a wide variety of styles, Lullabier ensures that the whole collection feels fully realized and emotionally moving. Things start off on a graceful note with the stylish soothing tones of “Natale a Ceneda (feat. Faro)”. Featuring a full choir, the entire track positively sparkles with joy. Guitar and piano intersect in such a gorgeous fashion. Little details go a long way, from the little flourishes of melody to the quiet rhythm. Multifaceted with its approach “Natale a Serravalle” celebrates togetherness with acoustic guitars drifting up into the air. Intimacy gives “White Dizziness (acoustic)” a lovely hue. Quite patiently Lullabier go for a meditative emotional approach, as the song unfurls with a degree of timelessness. Voices come together to become a great tapestry of sound. By far the highlight of the collection “With a star (Brian John Mitchell Remix)” feels akin to a sonic blanket, with the many layers working to deliver something that feels so reassuring. Ending the collection “With a star (Brian John Mitchell Remix)” feels the just right level of sleepiness. With “2512” Lullabier go for an intimate style, one that feels so warm and inviting. (Beach Sloth)

Quand mon artiste de slowcore italien préféré (mais non il n'y en a pas qu'un !) sort un EP de chants de Noël retravaillés dans sa langue d'origine, forcément je suis fortement intéressé. D'autant que si je ne suis pas forcément un grand amateur de tout ce qui touche aux fêtes de fin d'année, j'apprécie en revanche toutes les compositions originales ou interprétations décalées qu'elles peuvent faire naître chez les artistes "indés". Or il n'y a pas de ça ici, Lullabier restant extrêmement fidèle à l'esprit de Noël, tout en se réappropriant musicalement le truc. Bref, c'est beau, c'est relaxant mais ça reste difficile à écouter à un autre moment qu'en décembre...(Dans Le Mur Du Son)

"Nylon" reviews

Particolare interessante come Vittorio Veneto sia un luogo speciale per la musica: gruppi ed etichette di quella città hanno sempre qualcosa da dire e sempre su temi che mi trovano interessato, non credo che sia un caso. Se aggiungo poi che per motivi extra musicali è un posto che frequento, che mi piace la glera e anche il montasio… dovrei chiedere la residenza! Scopro solo oggi Andrea Vascellari (parente di Nico? non importa, attivo anche come Lullabier) e il suo progetto ambient drone Firetail: l’uscita digitale è davvero concisa, con tre brani per nemmeno un quarto d’ora di sola chitarra acustica ed effetti ma vale la pena non lasciarla da parte, soprattutto se siete come me fan dell’ambient tranquilla e malinconica. Tra tutti i riferimenti possibili quello di Nathan Amundson/Rivulets (uscito anche su Silentes, sempre di Vittorio Veneto) è il più vicino e non è un nome da poco: melodie dolci ed echi vi culleranno per quei pochi minuti e dopo vi ritroverete come alla fine di un breve sogno ad occhi aperti da pomeriggio di fine estate. (Sodapop)

Firetail goes for a subtle style with the subdued “Nylon”. By opting for such a delicate touch, the pieces resonate much more strongly. Over the course of the journey everything feels so soothing and so familiar. Every piece builds off the last, resulting in an unspoken narrative. By taking on a hushed awe, the pieces have a meditative quality to them. Volume works wonders in revealing the many charms, the gorgeous twists and turns that Firetail embarks upon. Gentle to its very core, Firetail’s restraint results in an interesting intersection of shoegaze meets drone, post-rock meets classical. Multifaceted, Firetail presents a soothing sort of realm one that feels vibrant. Pastoral imagery flashes across the tactile work of “June Bugs” which opens the collection up with an understated gracefulness. Coming into bloom with such care the entirety of the piece works wonders, delving into a mysticism of sorts. On “Own Temple” the song burrows into the psyche, as various guitar feedback gathers greater levels of intensity. Usage of layers further ensures that the evolution of the track becomes outright impossible to fully pin down. By far the highlight of the collection comes at its conclusion, the intricate ornate “Rose Keeper”. Aptly named, the song possesses a tremendous amount of color. Embracing a hypnotic sort of looping everything simply revolves around the deeply felt heart of the piece, the tender tones. With “Nylon” Firetail effortlessly merges ambient, rock, and drone into a satisfying reassuring whole. (Beach sloth)

After a three year wait, Italian artist/producer Firetail, aka Andrea Vascellari, has returned, with a new EP, Nylon. The three tracks are an original take on ambient music, having been performed entirely in one take and utilizing only a classical guitar. Eschewing the normal banks of synths, Vascellari creates a mesmerizing soundscape of varied sonic vibes. Lush and pleasing, he takes the classical guitar into otherworldly textures and soothing melodic structures, that at times suggest violin and cello. An altogether imaginative and welcome experience. (Floorshime zipper boots)

Firetail is the endeavor of Andrea Vascellari, who recorded this 14-minute EP in one take earlier this month. Aptly titled, Nylon features just classical guitar, albeit heavily processed. The result is a set of three short drones. The source material for each can be discerned with careful listening – vibrating, rattling, and scraping of strings. But from there Vascellari uses delays to overlap tones into rolling waves of sound that ebb and flow. While minimalist in nature, Nylon encompasses both pastoral and mildly harsh moments. Vascellari is at his best when unleashes rapidly morphing walls of noise that demand the listener’s attention. Still, Nylon can be enjoyed on many levels, and the detail therein will reward those who are looking for immersive or observational musical experiences. (Avant music news)

2512

La prima cosa pubblicata a nome di Lullabier è stata White Dizzines, una nenia lo-fi che nel 2009 Brian John Mitchell volle inserire in una compilation natalizia della sua cult-label Silber Records.
Oggi ho il privilegio di poter collaborare nuovamente con Brian: sotto la doppia egida Silber e VeniVersus esce infatti 2512, un breve ma intenso EP natalizio, frutto anche della collaborazione con l'amico Faro (Stefano Faraon), in cui a brani originali sono affiancate le rivisitazioni di classici come Stille Nacht e Just Like Christmas.
Oltre che in formato digitale, l'EP può essere acquistato tramite BandCamp in Vinyl-CD (edizione limitata di 33 copie, in cartonato a 4 facciate formato A5,  artwork spettacolare di Sebastiano Girardello, e copy number timbrato a mano sulla superficie del cd).



Natale a Serravalle + Live 2017

In occasione di questo periodo natalizio ho realizzato una nuova canzone, basata sul tema di Stille Nacht. Riprendendo una vecchia idea di Simon & Garfunkel, ad alcuni versi dedicati alla mia città (anzi, al mio quartiere) ho affiancato un finto radiogiornale, grazie alla collaborazione dell'amico Federico Campodall'Orto.
Alla pagina Testi potete leggerne i versi, dal player sottostante potete ascoltarla.

* * *
Il 2017 per Lullabier inizierà poi nel migliore dei modi, con un nuovo concerto al Centro Yoga LiberaMente di Vittorio Veneto (uno dei posti migliori in cui abbia mai suonato). Mi esibirò accompagnato da chitarra classica e video rilassanti. Si può entrare liberamente, purché scalzi.
Vi aspetto.

Recensioni di "Lost In Translation"

Nella sua consapevole e fortemente voluta marginalità, stabilire se sia vocazione o condanna è lasciato alla personale interpretazione di ognuno, Andrea Vascellari non ha avuto difficoltà nel trovare sodali per "Lost in Translation", in cui ha chiesto a titolari di sigle come, tra le altre, Lycia, Rivulets, Zelienople, Tram, Dakota Suite, Coastal di tradurre in inglese i testi originali di alcune delle canzoni già pubblicate come Lullabier, riarrangiate per sola chitarra acustica, sfondo ambientale e linee vocali sottolineate, perpetuando quella decisa virata in direzione slowcore sancita dal precedente "Osservazione rilassamento e assenza di giudizio" e a cui vengono più marcatamente ricondotti anche brani apparsi in "Fitoterapia". Nella mai discussa coerenza dell'insieme, spiccano in una sequenza di semplice, forse elementare, bellezza, Escape, Icarus, Twilight, a scivolare in un profilo folk di una nitida malinconia che si sublima nella totale, disillusa, desolazione di Gleam, ma non si rifiuta qualche apertura a scenari per inquietudine miti, esemplari Snow, Animals, forse anche la rassegnazione di Desire. Per chi non può prescindere dal supporto fisico, fosse pure CDR, sono un'assurdità, data la qualità del disco, le appena 26 copie disponibili, bel dono per gli altri il gratuito download da Andrea elargito. (Blow Up)

Slowcore è termine che ben descrive l'andare sonoro di Andrea Vascellari, un musicista che sa giungere al centro dell'anima e lentamente riesce a risalire portando con sé la poesia che lì giaceva intatta. Dopo un anno di silenzio Lullabier torna a recitare i suoi intimi racconti incastonati di silenzio, accordi di chitarra e droni e lo fa a più voci, utilizzando i testi tradotti in inglese delle sue canzoni. Traduzioni eseguite da suoi simili, appartenenti a quel mondo acustico che sa diluirsi lungo i percorsi dolcemente solitari del songwriting: Tara Vanflower, Mark Rolfe, Brian John Mitchell, Nathan Amundson, Brian Przybylski, Matt Christensen, Paul Anderson, Chris Hooson e Jason T. Gough. Lullabier ne ha scelti nove, tra i suoi preferiti, e li ha invitati a proseguire e tradurre un percorso di intimità non solo sonora, aggiungendo così sfumature diverse ad un racconto sospeso tra il sogno e la poetica legata ad una modalità romantica che profuma di nebbia e fitta boscaglia. Rising for the moon. (Rockerilla)

È decisamente un punto d'arrivo, questo "Lost in Translation", per Andrea Vascellari, "il" cantautore slowcore italiano per eccellenza, abbastanza solo da noi nel suo genere per dover trovare conforto all'estero: per questo disco, si è avvalso della collaborazione di una lista piuttosto impressionante di personaggi (Mark Rolfe dei Lorna, Tara Vanflower dei Lycia ecc.), che hanno tradotto per lui i testi di canzoni edite, ma riarrangiate seguendo il gusto degli esordi del progetto Lullabier: acustica e field recording.
Il risultato è gradevolmente terapeutico, con quel pizzico di distacco dai testi, dato dalla lingua straniera, che rende più facile l'ascolto, soprattutto dato lo stile "ascetico", ultra-minimalista di Andrea, che in lingua nativa può risultare respingente.
Dal punto di vista strettamente musicale, gli arrangiamenti ai minimi termini richiamano placidi moti ondosi e lontani echi di tempesta, alla maniera dei Kings Of Convenience più introversi, o dell'ultimo Matt Elliott.
Si tratta, insomma, di un punto d'arrivo, ma anche di partenza, per Andrea, davvero ispirato nell'interpretazione del suo repertorio, per come azzecca i piccoli accorgimenti con cui sottolinea i passaggi dei suoi brani (l'uso della voce in "Bonds", il suono "sitaristico", liturgico della chitarra in "Fire" e "Desire", e così via). (OndaRock)

Nella penombra a lui più congeniale e in maniera del tutto eccentrica rispetto alla “scena” (?) indipendente nazionale, Andrea Vascellari coltiva ormai da qualche anno con Lullabier l’ambizioso obiettivo di realizzare una credibile proposta slow-core cantata in italiano. Ne ha dato prova nel suo ciclo di album (il più recente “Osservazione rilassamento e assenza di giudizio” risale al 2014), che anche grazie ai suoi contatti, da puro estimatore del genere, con alcuni dei suoi principali interpreti internazionali, ha avuto modo di essere conosciuto e apprezzato all’estero sicuramente più di quanto non lo sia stato in patria.
Da tutto ciò nasce l’idea, in qualche misura uguale e contraria, sottostante a “Lost In Translation”, raccolta di brani già dello stesso Vascellari, affidati all’interpretazione e, appunto, alla letterale traduzione, da parte di nove artisti stranieri. È stato un po’ come restituire alla sua originaria dimensione comunicativa un linguaggio musicale invece non senza fatica piegato alla lingua italiana.
E anche se non tutte le versioni sono perfettamente fedeli (pare che qualcuno dei partecipanti si sia limitato a usare una traduzione automatica!), il delicato intimismo dei brani di Lullabier rivive in una varietà di forme diverse grazie a una schiera di artisti di grande valore, che spazia da Tara Vanflower dei Lycia a Jason Gough dei Coastal, passando per Nathan Amundson, Chris Hooson, Matt Christensen e altri ancora. Ciascuno aggiunge la propria sensibilità a brani che vivono di vita nuova, pur continuando a brillare del tocco lieve dell’artista italiano; così, ciascuna canzone potrebbe ben essere scambiata per un originale dei vari Lorna, Dakota Suite, Rivulets, etc., dalla dimessa introspezione di Hooson all’aggraziata fluidità pop di Mark Rolfe, dalle fragili linee acustiche di Hooson ai torpori crepuscolari di Matt Christensen.
Benché l’operazione sottostante a “Lost In Translation” fosse, in fondo, non meno difficile di quella condotta da Vascellari nella sua lingua natale, la riuscita è sorprendentemente piacevole, un regalo (nel formato digitale) da parte di un appassionato del genere ad altri appassionati che sapranno senz’altro apprezzarlo. (Music Won't Save You)

Oi Amici! Eccoci tornare a segnalare con decisa vocazione difficile un disco che apparentemente, così ad un primo ascolto pare pure facile. Non sarebbe, però, corretto liquidare come “semplice” il nuovo lavoro di Lullabier.
L’artista di Vittorio Veneto (estremo nord-est della provincia di Treviso) ha chiesto a 9 musicisti stranieri di tradurre 9 pezzi già precedentemente editi in italiano dallo stesso slowcorer veneto. Il risultato è una raccolta di pezzi riscritti e riarrangiati in maniera minimale e minimalista: voce, chitarra acustiche, elettronica.
La musica, così vicina a Low e altre band slowcore, è intensa e densa nonostante i pochi suoni utilizzati ed è, infine, sicuramente difficile per i pochi riferimenti lasciati a chi ascolta oltre alle poche parole e ancor meno note che tratteggiano i paesaggi sonori di Lullabier. (Musica Difficile Italiana)

Proving that slowcore is alive and well, Lullabier’s “Lost In Translation” is a powerful, moving album. Reminiscent of similar slowcore bands like Low and a kinder version of Codeine, the exploratory sensibility of the group keep things quite engaging. Crisp, folk-infused arrangements flow throughout the album. Throughout the album Lullabier lets elements of folk, rock, and dream pop comes together to develop into a serene swirl of sound. Lyrics have a poetic quality to them as they seemingly evaporate into the air. 
A blissful organ opens the album off on a note of grandeur with “Escape”. From there a spry and simple yet effective beat take hold. Rather touching in its temperament is the reflective work of “Icarus”. The deliberate pacing of “Bonds” makes it one of the album highlights. With a gorgeous chorus the song has a peaceful meditative quality to it. Nimble guitar work adds to the tactile, emotional impact of the sound. Languid rhythms reveal themselves on the sleepy style of “Snow”. Easily the highlight of the album “Snow” has a warm inviting presence to it. Rather loose and free is the spirited performance of “Desire”. Tender in tone is the gentle “Gleam” another highlight of the album. Ending the album off on a playful note is the celebratory “Animals” whose tribal rhythm works wonders. Nearly psychedelic in hue the song possesses a true sense of comfort. 
Tasteful, timeless, and elegant, Lullabier’s “Lost In Translation” is a satisfying, lovely piece of work. (Beach Sloth)

FZB favorite Lullabier is back with Lost In Translation, his new album of songs reimagined. The album features nine tracks from previous releases translated to English and rerecorded with only vocals, acoustic guitar and an ambient accompaniment. Starkly beautiful, engaging and intimate, this is our favorite thing that Lullabier has done. A masterpiece that is a must have. Stream and download Lost In Translation at the link below. (Floorshime Zipper Boots)

C'est le grand retour de l'italien Lullabier avec Lost In Translation où il ré-orchestre et reprend en englais neuf de ses chansons traduites par des amis musiciens et qui est disponible en "name your price" sur Bandcamp où l'on peut aussi acheter la version CD. Indispendable! (Dans Le Mur Du Son)

Lullabier ist eine aus italien stammende folk, alternative band, die von andrea vascellari gegründet wurde. er selbst beschreibt seine musikrichtung als slowcore, drone-folk, ethereal pop.
auf ihrer bandcamp-seite gibt es das album als free-download bzw. als "buy now name your price", tippt einfach 0 ein wenn ihr auf "buy now name your price" klickt. (Don Quichote)

Lost In Translation


Dato che in passato diversi ascoltatori stranieri mi avevano scritto cose del tipo "bella musica, anche se non ho idea di cosa tu stia dicendo", un anno fa mi è venuto lo spunto di chiedere ad alcuni dei miei musicisti anglofoni preferiti di tradurre in inglese i testi delle mie canzoni "più fortunate". 
Così è nato Lost in Translation, con cui ho finalmente realizzato un sogno, collaborando con artisti eccezionali, tra cui (in ordine di apparizione) membri di Lycia, Lorna, Remora, Rivulets, Shores, Zelienople, Tram, Dakota Suite, e Coastal
Da un punto di vista musicale, quest'album è quanto più si avvicina all'idea che ho sempre avuto di Lullabier: i pezzi sono stati infatti riarrangiati utilizzando essenzialmente chitarra acustica, armonie vocali e sottofondi ambient, e il risultato è un insieme di minimali ninnananne folk, in ossequio, oggi più che mai, al principio del "less is more". 
Con le dovute proporzioni, Lost In Translation è il mio Admiral Fell Promises, il mio Mark Hollis, il mio Pink Moon.

L'album può essere scaricato gratuitamente in Mp3 o in formati lossless da Bandcamp (il download comprende un booklet digitale correlato di testi artwork del grande Saverio Acqualunga): http://lullabier.bandcamp.com/album/lost-in-translation



A giorni l'opera sarà inoltre disponibile in edizione Vinyl-CD a tiratura limitata (26 copie), contenuta in una confezione cartonata assemblata e dipinta a mano.

Spero vi piaccia.

Sul palco con Matt Elliott


Questo venerdi avrò l'onore di aprire il concerto di uno dei più grandi cantautori anglosassoni contemporanei, ovvero Matt "Third Eye Foundation" Elliott.
Il concerto si terrà all'Astro Club di Fontanafredda (PN), apertura porte alle 22.00.
Io arpeggerò una mezz'oretta con chitarra acustica e sottofondi ambient, per preparare "la ciurma anemica".
Vediamoci lì!

"So Far" reviews

With each gentle ring of the guitar Firetail’s “So Far” ascends to the heavens. Nothing on “So Far” moves quickly. Adhering to a slowcore/drone aesthetic the songs gain their impact through sheer power. The expertly arranged songs are canvases painting austere landscapes. Restrained to its very core by using a select amount of textures Firetail uses the minimal approach to maximal effect. For these are songs that are quietly emotional with their impact exploring elements of decay, with every gesture slowing dying away to reveal a deep autumnal beauty. Somber in tone is the glacial pacing of “End=Beginning”. Reminiscent of Stars of the Lid’s early rock-orientated work the song shines with regal beauty. “Floating Around” hovers about with great physical power. Oddly mournful is the saddened hues of “Calculator” with a careful sound that seems to be exploring empty bleak terrain. Nearly silent is the very quiet restrained work of “Ajax”. Merging elements of the world and of Firetail’s epic drone is the lively work of “Narcolepsy”. By far the highlight of the album is the tender work of “The Forest Album By Alan Sparhawk” whose down to earth twang does wonders. Closing things off on a tremendous note is the playfully titled baroque work of “Little Droner Boy”. On “So Far” Firetail takes his time and it is well worth the wait. Vibrating with life and passion, these are pieces that wrap themselves around the listener giving them an entirely new world to explore. (Beach sloth)

Dall'intimità silenziosa di un progetto slowcore di grande impatto alla costruzione di immense cattedrali droniche. Da Lullabier a Firetail lungo un percorso che vede Andrea Vascellari cambiare pelle e inaugurare una nuova casa discografica, la VeniVersus. La sua costante attività compositiva viene racchiusa in questa raccolta definitiva comprendente tutto il materiale stampato dal musicista trevigiano dall'inizio della carriera ed è una gioia per i sensi. Una sorta di eterea sinfonia avvolta lungo infiniti accordi di chitarra trattati con l'uso di un processore in grado di dilatare l'istante del piacere trasformandolo in sette movimenti di pura spazialità dronica. Game of drones. (Rockerilla)

Andrea Vascellari ammette che la sua militanza, come Lullabier, nel roster di Oltrelanebbiailmare, sublabel della Silentes, lo ha evidentemente incoraggiato ad esplorare lidi ambientali affini al bel catalogo dell'etichetta veneta. "So Far" dona fisico formato, sia pur CDR, a tre immateriali EP tra il 2013 e il 2014, due tra l'altro realizzati per la prestigiosa Silber, con il bonus della più ispida Narcolepsy. La quiete di End=Beginning, dalle presumibili implicazioni mistiche, in Floating around si spinge oltre fino all'impalpabile, Calculator più che altrove irrobustisce la percezione di una chiara discendenza Eno, l'ascendente drone music di Ajax con una discreta presenza della chitarra rimembra Yellow6, con Little droner boy, sedici minuti tra voci nella distanza, blanda oscurità e rullate marziali, che è tra i momenti più suggestivi e la partecipazione al sampler "QRD - the guitarists" con The forest album by Alan Sparhawk che è la più vicina alle abitudini slowcore di Vascellari. (Blow Up)

Essentially the one-man-band project of Italian musician Andrea Vascellari, Firetail clearly follows a “less is more” theory of composition. A fine showcase for Vascellari’s production abilities, the group’s music is very minimalistic in nature and generally fits in well with what I might expect from the ambient music genre. 2015 compilation So Far assembles everything that Vascellari has done under the Firetail moniker (he also performs under the name of Lullabier), much of which has a noticeable post-rock quality since it plays similarly to what one hears in the background of tracks from groups like Godspeed You! Black Emperor. This album won’t appeal to mainstream tastes, but it’s very solid for what it is – a fact that probably shouldn’t have shocked me since it was Firetail who produced one of 2014’s better Christmas-themed Silber Records albums. The by-and-large soothing So Far compilation begins with “End=Beginning,” a piece built around a pulse of yearning melody played on a twangy guitar. The pleasantly lazy strumming gurgles out of and fades away into a humming background, occasionally interrupted by a heavily echoed horn. Aptly-titled and airy followup “Floating Around” is propelled by a swirling undercurrent that almost suggests drifting along on a slowly ebbing and flowing sea. Despite again having an aching feel to its melodic elements, this second piece is very peaceful and serene before it gives way to the noticeably louder and comparably more substantial “Calculator.” To me, this third track sounds less obviously earthy than the opening pair and is perhaps more in line with the nearly mystical ambient sections found in so-called “epic rock.” Bellowing out over groaning lower tones, the melody here actually builds to something at certain times instead of just sounding nice, making this piece feel more purposeful than what was heard previously on the album. Slightly more solemn with brief bits of guitar thrown in to add subtle accents to the droning main melody, the lackadaisical “Ajax” is agreeable enough as relaxing background tone even if nothing much happens during its ten minute running time. Meanwhile, “Narcolepsy” is the only track on the compilation that was previously unreleased and (perhaps unsurprisingly, given the title) the only one that’s genuinely unsettling to listen to. Abruptly stopping and starting throughout, the piece contains a unnerving mixture of found sound (car alarms, distant children playing, cawing birds) and shrill, grinding and whirring industrial-like noise, effectively capturing the semi-conscious state that would exist in people with the titular medical condition. Despite unleashing a sense of quiet despair, it finishes with an almost hopeful conclusion which ensures it fits in context with the rest of the album. Penultimate number “The Forest Album by Alan Sparhawk,” with its layers of echoed, gentle guitar, is more clearly musical than most everything else here and the album concludes with the experimental sound art of “Little Droner Boy”. As might be obvious, Firetail’s work possesses minimal value for those who thrive on the active listening experiences that popular music provides. Even to those more familiar with minimalist composition and experimental sounds, So Far might be a love it or hate it affair. Few of the tracks here seem to really go anywhere; they more seek to create a specific atmosphere for the listener to soak up and bask in, eventually ending without much fanfare. Perhaps the best thing I could say about this work then is that it’s quite somnolent, and although that might sound condescending, it’s actually meant as a compliment. The precise way in which this completely inoffensive and frequently meditative material is constructed makes the whole of the album very dreamlike and surreal, even if I don’t think I could quite put it on the same level as something like Popul Vuh. Regardless, I found myself enjoying So Far and I suspect open-minded listeners would, at the very least, not mind listening to it. (Bandjack)

Tale è l’impegno riposto da Andrea Vascellari nel suo recente progetto ambientale che l’artista altresì attivo nel peculiare progetto cantautorale Lullabier ha deciso di costruirvi attorno una nuova piccola etichetta, la prima pubblicazione della quale coincide non a caso con una raccolta organica di tutto quanto finora realizzato a nome Firetail. La tracklist di “So Far” è infatti costituita dalla sommatoria dei tre Ep pubblicati nel corso dell’ultimo anno e mezzo, ai quali è affiancato un breve inedito e un altro brano pubblicato nella raccolta “QRD – The Guitarists”. Quel che ne risulta offre un esaustivo spaccato dello stato della ricerca di Vascellari sulle modulazioni della sua chitarra, dalla quale stillano morbidi riverberi e sature persistenze droniche. L’ora di durata della raccolta spazia così dai tiepidi vapori dei due primi Ep ( “Learning To Cheat”, e “Learning To Waltz”, ai quali si rimanda per esteso) alle spettrali risonanze di “Little Droner Boy”, che insieme all’inedito “Narcolepsy” e a “The Forest Album By Alan Sparhawk” disegnano soundscape di pronunciata densità, che lasciano intravedere come Vascellari stia indirizzando la propria esplorazione ambient-drone verso una consistenza sempre più astratta, che tuttavia non abbandona l’immaginifica dimensione descrittiva creata al suo modo di trattare le timbriche chitarristiche. (Music won't save you)

Produzione ambient italiana e, come spesso succede con le release nel Belpaese, quel pizzico di personalità rende il lavoro desiderabile, anche se l’apparato sonoro non ha la carica negativa, l’impatto scenico, dell’ambient scandinavo e questo, in questo frangente, è frutto del background di Firetail, all’anagrafe Andrea Vascellari. Ora solo, il musicista proviene dalle narcosi strumentali dei Lullabier, band slow-core che proprio in Low, Codeine ed altri ha ispirato il downtempo necessario alle distensioni della propria musica, così Andrea porta in se, in Firetail, quel brumoso distendere d’arti che ha il potere di divenire marea in crescita, luna in crescita, sogno in divenire: tutto il sound di “So Far”, antologia di una carriera che vede il primo brano esposto e composto nel 2013 (la release fu “Silber”) e da quella release alla successiva “Trembl”, nasce la stesura, la raccolta delle sette tracce del file rilasciato da VeniVersus, speculo nel silenzio o nei testi non italici della ViVeriVive, label che conoscemmo tempo addietro in occasione di un sampler tutto, al contrario, cantato in lingua manzoniana. Da “End = Beginning” all’outro “Little Droner Boy”, il tempo rallentato diviene frame d’autunno, di solitudine, di compostezza armonica, consapevolezza di lancette che proseguono il loro cammino non ascoltate, tic-tac d’orologio mal gradito ed accantonato, musica per chakra in attesa, sospensioni nemmeno troppo cromatiche, piuttosto percettive. Slow-core dell’esistere più che del concepire, questo è il messaggio (che io capto, che voi non so quale capterete, ma l’invito è di andare oltre il suono) che Firetail diluisce nelle lunghe (a volte nemmeno troppo in chiave ambient) suite di “So Far”. E ciò lo rende così vicino… (Sounds behind the corner)

Emisiju će zatvoriti jedan samostalni umjetnik. On se zove Andrea Vascellari, a umjetničko ime mu je Firetail. Započinje svoju muzičku karijeru projektom po nazivu Lullabier, koji je fokusiran na folk islowcore. 2015. godine odlučio je ostvariti projekat Firetail, u kojem mijenja muzički žanr. Stil Firetaila je okrenut više prema ambijentalnoj izvedbi, koji je razvodnjen u odnosu na Lullabier. Ovaj album može se predstaviti i kao zanimljiv primjer drone muzike. (Radio Sarajevo)

Firetail è il side project ambient-drone di Andrea Vascellari nel quale, lasciando da parte il folk etereo di Osservazione rilassamento e assenza di giudizio realizzato come Lullabier, dipinge suggestioni sonore che si mescolano perfettamente con la fine del temporale e il gorgheggiare dei passeri. Abbracciate la contemplativa assenza di parole di So Far e vedrete che questa mattina prenderà un gusto completamente diverso. (Breakfast jumpers)

Den Italiener Andrea Vascellari kennt man bereits durch sein Projekt LULLABIER. Aber auch mit FIRETAIL ist er schon eine Weile aktiv – und hier geht es ausschließlich um minimalistische Töne. Gitarrendrones, Experimente mit Effekten, multiple Ambientschichten – das ist die KLANGWELT, in der sich FIRETAIL bewegt, in guter Nachbarschaft zu bekannten Namen wie AARKTICA oder den großartigen STARS OF THE LID. “So Far” ist die Zusammenstellung seiner bisher veröffentlichten Singles und EPs “Learning To Cheat”, “Learning To Waltz” und “Little Droner Boy”, die auf Silber Records und Trembl erschienen sind. Mit einer limitierten Auflage handgefertigter CDrs werden damit auch die bisher rein digitalen Releases endlich auch in physischer Form gewürdigt. Der Großteil der Tracks bewegt sich in harmonischem Drone Ambient, mit einer ungemein warmen Ausstrahlung – eine leichtgewichtige Atmosphäre, die zum Träumen einlädt. Zwei Ausnahmen gibt es jedoch: Da wäre zum einen das mehr als 16-minütige Stück “Little Droner Boy”, sozusagen ein Weihnachts-Drone-Track, inspiriert vom traditionellen “Carol Of The Drum”, mit eingeflochtenen Chorsamples. Mit “Narcolepsy” begegnet uns schließlich ein bisher unveröffentlichter Track, der ungewohnt verstörende Töne anschlägt, und den harmonischen Fluß zumindest für kurze Zeit unterbricht, aber gleichzeitig auch einen interessanten Akzent setzen kann. Insgesamt eine solide, hörenswerte Angelegenheit, bei der Drone- und Ambient-Fans gern ein Ohr riskieren sollten. (Mescaline injection)

Comunicazioni

Ho un paio di informazioni.
1) Lo scorso marzo ho pubblicato sotto lo pseudonimo di Firetail un album intitolato So Far.
Esso raccoglie tutti i singoli e le canzoni apparse negli EP pubblicati da questo mio alter ego drone-ambient negli ultimi anni.
Da Bandcamp è possibile ascoltarlo interamente, nonché acquistarne una splendida edizione a tiratura limitata in Vinyl-CD, confezionato in una custodia di cartone riciclato dipinta, timbrata e assemblata a mano.

2) Dopo la pubblicazione di So Far ho contattato diversi musicisti che amo, chiedendogli di provare a tradurre in inglese alcuni miei testi. Ne sono uscite nove versioni anglofone di altrettante mie canzoni, che sono state nuovamente registrate con l'unico ausilio di voce, chitarra acustica, e sottofondi ambient. Comporranno il mio prossimo album, attualmente in fase di mixaggio, intitolato Lost in Translation (pubblicazione prevista per febbraio 2016).
Vi faccio ascoltare le prime tre che ho caricato su Soundcloud, realizzate in collaborazione con Tara Vanflower dei Lycia, Mark Rolfe dei Lorna, e Chris Hooson dei Dakota Suite.







Fine delle comunicazioni.

In tour con Josh Haden e gli Spain


Nel 1995 gli Spain pubblicarono il loro primo, magnifico album, offrendo una personalissima versione di quel non-movimento che poi sarebbe stato chiamato slowcore. L'unica affinità con il rock stilizzato di Codeine e Seam è però l'andamento delle canzoni, perché musicalmente la band di Josh Haden pone piuttosto le sue radici nel mondo del jazz e del soul: il risultato è un cocktail elegante e mellifluo non distante dalle atmosfere dei Cowboy Junkies.

L'anno scorso è uscito il loro ultimo album, Sargent Place, e la prossima settimana saranno in giro per il Belpaese a promuoverlo.
Io sarò con loro.
Aprirò i loro concerti del 16 febbraio a Cantù (all'1 e 35 circa) e del 17 febbraio a Ravenna (al Bronson).

Ci vediamo lì.

Epitaffio (in morte di Nick Talbot) e Little Droner Boy

Da quando sono entrato in contatto con la sua musica, sono sempre stato in un certo senso ossessionato da Gravenhurst. Commentavo i post del suo blog, ho imitato i suoi suoni, ho rifatto e tradotto in italiano una sua canzone (mi riferisco a Nebbia intorno alla polena; quando gli chiesi il permesso di farlo, mi disse che lo intrigava sentire come avrebbe suonato se fosse stata cantata in italiano).
Ci ho persino scritto un'intera monografia per OndaRock
A fine Novembre dovevo andare a vederlo a Ravenna per la prima volta, avevo pure parlato con gli organizzatori per vedere se potevo suonare come opening act. Poi all'ultimo non ho voluto farmi da solo 3 ore di strada, e mi sono detto "lo andrò a vedere la prossima volta che tornerà in Italia".
Purtroppo non tornerà. Nick "Gravenhurst" Talbot è morto lo scorso 2 Dicembre, a soli 37 anni.
E' difficile spiegare a parole lo shock che ho provato quando la brutta notizia mi ha raggiunto.

L'unica cosa che mi sono sentito di fare, è scrivergli a mio modo un epitaffio...un modo che penso apprezzerà ovunque lui sia ora. Si tratta della traduzione in italiano di una sua chicca chiamata Damage II, che è appena stata pubblicata da ViVeriVive nella compilation QUATTROANNIDIVERSI.



Sotto Natale è inoltre uscito un nuovo lavoro ambient del mio alter-ego Firetail. Si tratta di Little Droner Boy, un EP di un'unica traccia pubblicato dalla sempre grande Silber Records.



Vi avviso infine che, se non siete riusciti a presenziare al bellissimo concerto tenutosi al Centro LiberaMente, il prossimo 6 febbraio mi potrete ascoltare allo Spazio MAVV di Vittorio Veneto, dove suonerò un set interamente acustico accompagnato da un nuovo ipnotico video del maestro Saverio Acqualonga.
Buon tutto.

"Little droner boy" reviews

Containing a single, sixteen minute track that reduces a well-known holiday favorite to a resonant blur, Firetail’s Little Droner Boy EP is easily the most accessible of the four Silber Records' 2014 Christmas releases that I’ve heard thus far. While the previous two albums in the series (Small Life Form’s Parts for Holiday Projects and Electric Bird Noise’s Birth) would be more or less unlistenable to those raised on more mainstream types of music, Firetail’s Droner Boy (the product of musician Andrea Vascellari, better known for work done under the Lullabier name) doesn’t just have a recognizable theme as its basis, but is -gasp!- actually fairly musical. Essentially what we have here is a manipulated version of the song “The Little Drummer Boy” that, instead of revolving around a rhythmic percussion parts, centers around an omnipresent, throbbing drone that’s heard throughout the piece in the background. The early minutes of “Little Droner Boy” include snippets of angelic choir singing the main melody as well as the accented lower vocal parts originally intended to simulate the sounds of drum rolls. While none of the words of the song can be heard in Firetail’s version, it is reassuring to at least find some familiar elements to latch onto here (even if the higher voices sound like drawn-out, resonant shrieks), and the basic framework of the original song is present in some form throughout most of the track. The middle section of “Droner Boy” finds the piece moving as far away from the source material as it ever does, with tinkling chimes, groaning low voice parts, and occasional cadences of military snare drum being heard alongside what sounds like Darth Vader respiration. Ominous though the piece may be at this point, it also has an almost profound, religious sort of feel to it since all the high voice parts have been blended together to create a sort of godly haze which hangs over everything else going on. As it nears its conclusion, things begin to “normalize,” sounding more and more similar to the original tune before a gradual fadeout of almost hopeful reverberating chords. Lacking a big climactic moment of revelation, Little Droner Boy is also probably too drawn out to strike the fancy of those raised on a steady stream of more traditional holiday music. Still, Firetail’s addition to the Silber Christmas release series is entirely listenable and one of the few and perhaps the only volume of the 2014 releases that would have any (albeit limited) appeal to the general listening public. As much as some of the others in this series would be mighty sketchy for most listeners, Little Droner Boy is one that I’d be most inclined to recommend.(Bandjack)

Legami (ajna) e 7TRAX


Ecco il secondo video tratto da Osservazione rilassamento e assenza di Giudizio. E' opera di un videomaker americano conosciuto su Vimeo, Matthew Macdonald. Io lo trovo azzeccatissimo per Ajna, il sesto Chakra, cioè il "terzo occhio".

Ho poi fatto sorgere dalle ceneri della webzine Lazy Lullabies una nuova creatura chiamata 7TRAX. Ogni lunedì offro una playlist di 7 canzoni compilata da artisti che ammiro, con i loro commenti sulle tracce scelte.
Qui potete ascoltare la mia playlist, che vanta al suo interno Low, Red House Painters, Rivulets, Velvet Underground, Mazzy Star, Radiohead e Gravenhurst: http://7trax.blogspot.it/2014/09/lullabier.html

A presto.

Animali (muladhara) e QRD

L'estate sta finendo, un anno se ne va, però io grande non lo sto ancora diventando: anche in queste settimane estive mi sono in un modo o nell'altro dedicato alla musica.

Anzitutto è stato caricato su Youtube il video di Animali (muladhara), opera di Miguel Valenzuela, artista che ho conosciuto vagando senza meta su Vimeo. Trovo questo video splendido ed efficace nella sua totale essenzialità, e spero che anche voi possiate apprezzarlo.


Inoltre la sempre prolifica Silber Records ha pubblicato una mastodontica compilation di oltre 4 ore per accompagnare un e-book pieno di interviste a chitarristi. Sia nella compilation che nell'e-book ci sono artisti che adoro, quali Alan Sparhawk dei Low, Rivulets, Remora, Nadja...e ci sono anch'io. Un vero onore.
La compilation può essere acquistata a questo link: http://www.silbermedia.com/comps/QRD-the-guitarists/
Quanto alla canzone con cui ho contribuito a quest'opera, la potete ascoltare dal player sottostante.



Spero di potervi comunicare presto la data di qualche concertino futuro.